Sabato, 23 Maggio 2015 01:45

Campagne della Banning Poverty

Campagna 1. Mettiamo fuori legge la finanza predatrice

Escludere gli operatori borsistici dalle attività che riguardano beni e servizi strategici per la vita
(casa, acqua, energia, alimentazione, istruzione, salute)

“Dichiariamo Illegale la Povertà” mira a combattere i fattori strutturali alla base dei processi di impoverimento.
In Italia è articolata su tre campagne:

  1. Mettiamo fuorilegge la finanza predatrice (C1)
  2. Diamo forza a un’economia dei beni comuni (C2)
  3. Costruiamo le comunità dei cittadini (C3)

Escludere gli operatori borsistici dalle attività che riguardano beni e servizi strategici per la vita” fa parte della prima campagna e dell’Azione Prioritaria “Chiudere le fabbriche della rendita e della speculazione” (AP2)

I beni e servizi strategici menzionati comprendono i beni comuni, i servizi, le forme di educazione, istruzione, cura e assistenza.

Le ragioni di questa misura.
Da molti anni oramai nessun settore di attività umana è sfuggito alla finanziarizzazione, con la quale s’intende la sottomissione della definizione del valore di ogni “cosa” al criterio del suo rendimento finanziario, il famoso (ROI)(“Return on Investment”/“Rendimento degli investimenti”). Più elevato è il ROI più una “cosa” ha valore e quindi riceve un grado idi priorità maggiore nell’ambito della politica d’investimento per lo sviluppo economico e sociale. Se investire in una nuova versione di I-Pad f rende di più che investire nella costruzione di acquedotti, quest’ultimi incontreranno delle notevoli difficoltà per essere finanziati sui mercati di capitale nazionali ed internazionali. .

Siccome, nel corso degli ultimi trent’anni gli stessi poteri pubblici hanno deciso di affidare a soggetti privati la gestione ed il finanziamento anche di tutti i settori tradizionalmente considerati appartenenti alla sfera dell’economia pubblica e dei servizi collettivi pubblici, la loro finanziarizzazione si è tradotta nella presa del potere di controllo dell’insieme delle attività d’interesse generale e pubblico da parte dei soggetti finanziari privati.
Inoltre, visto che la finanziarizzazione opera a livello internazionale , il fatto che
beni e servizi come la casa, l’acqua, la salute, l’educazione…siano diventati attività sottomesse alle attività finanziarie, ed in particolare alle attività di natura speculativa, non solo fa dipendere il valore , la saslvaguradia, la promozione e l’uso di detti beni e servizi da logiche internazionali espressione di interessi di gruppi privati mondiali, ma anche li espelle dal campo della vita delle comunità umane riducendoli a “mercati”. Ora, nei mercati non vi sono diritti nè interessi comuni, nè futuro comune.
Come la Borsa del petrolio funziona per promuovere sistematicamente gli interessi degli investitori privati e dei proprietari dei capitali attivi nel settore, cosi la Borsa del grano, del riso, la Borsa delle medicine, la Borsa dei programmi educativi on line non valorizza i beni e servizi citati nell’interesse degli affamati, dei malati, delle famiglie, delle scuole. Più il riso diventa scarso, più esso apporta “ricchezza” agli operatori borsistici (salvo errori palesi di strategia da parte loro).
La misura propone di far uscire i beni ed i servizi suddetti dalle operazioni borsistiche attraverso una campagna nazionale di sensibilizzazione da condurre nel 2014 e 2015 e, paritempo, un’azione di pressione cittadina sul legislatore (parlamento italiano) per la modifica della legislazione esistente.

Come ?

  • definendo la programmazione della misura in oggetto con le varie associazioni ed organizzazioni da tempo mobilitati in favore di una finanza alternativa e contro la mercificazione e la monetizzazione della vita a livello locale e nazionale;
  • preparare la campagna di sensibilizzazione e le azioni di lobbying politico con una serie di seminari aperti ai cittadini in varie città italiane.

Cosa proponiamo di fare?
Anzitutto, in un primo tempo (
novembre 2013-marzo 2014), costituire rapidamente la conoscenza cittadina collettiva redigendo i seguenti brevi dossier di documentazione su:

  • “Fuori le imprese quotate in borsa dal campo dell’acqua potabile e per l’irrigazione”;
  • “No alle imprese quotate in borsa nel settore del grano e del riso”,
  • “Liberare il suolo urbano dalla finanza speculativa”.

In un secondo tempo (aprile-dicembre 2014), organizzare una duplice azione di mobilitazione popolare sui membri del Parlamento Italiano e sui cittadini stessi in favore di proposte di legge rispondenti agli obiettivi della DIP.

Con chi?

Appello a partecipare alla realizzazione delle misura

Facciamo appello a tutti coloro che, già impegnati in azioni cittadine o interessati a divenirlo, possano dare il loro contributo alla redazione dei tre dossier sopra menzionati, con l’invito a segnalare la loro disponibilità entro l’11 novembre 2013.

NON LASCIAMO IL DIVENIRE DEI DIRITTI DEI CITTADINI
NELLE MANI DELLE IMPRESE QUOTATE IN BORSA!

http://www.banningpoverty.org/il-programma-di-azione/1-mettiamo-fuori-legge-la-finanza-predatrice/

 

Campagna 2. Diamo forza ad un’economia dei beni comuni

Mettere al bando le cooperative di lavoro da caporalato

“Dichiariamo Illegale la Povertà” mira a combattere i fattori strutturali alla base dei processi di impoverimento.
In Italia è articolata su tre campagne:

  1. Mettiamo fuorilegge la finanza predatrice (C1)
  2. Diamo forza a un’economia dei beni comuni (C2)
  3. Costruiamo le comunità dei cittadini (C3)

Mettere al bando le cooperative di lavoro da caporalato” fa parte della seconda campagna nell’ambito dell’Azione  Priorotaria “Il lavoro non è una merce, è un diritto, è al servizio della ricchezza comune” (AP5)

Le notizie sempre più gravi e allarmanti, su ciò che sta succedendo nelle campagne meridionali, e non solo al SUD, dove decine di migliaia di migranti, molte volte clandestini, sono usati come schiavi, da organizzazioni criminali che traggono enormi guadagni da questo immane sfruttamento, impongono urgenti soluzioni.

Le cooperative che inquadrano con salari di fame i lavoratori stranieri, profughi fuggiti dalle regioni sconvolte del nord Africa, a causa delle persecuzioni etniche e politiche, della carestia e delle guerre, di fatto impongono condizioni di vita e di lavoro indecenti a migliaia di persone.

Il fenomeno delle false cooperative ha raggiunto dimensioni agghiaccianti, non c’è settore produttivo né zona del paese che non e ne sia colpito o lambito, dall’agricoltura, ai servizi di logistica, all’edilizia, al commercio, perfino negli appalti della pubblica amministrazione, un’attività che genera un flusso finanziario sommerso di oltre 40 miliardi di euro.

Le caratteristiche principali delle pseudo cooperative sono:

  • Soci prestanome o parenti degli imprenditori interessati oppure studi di commercialisti compiacenti, molte volte cambiano le ragioni sociali ma i nomi sono gli stessi.
  • False sedi aziendali, generalmente in ambienti degradati e comunque non facilmente rintracciabili, senza uffici né impiegati
  • Buste paga incomplete, in cui non sono segnate le ore effettivamente lavorate e quindi pagate.
  • Modi di reclutamento della manodopera da caporalato, clima di lavoro intimidatorio, nessuna possibilità di dissentire, licenziamento immediato in caso di proteste, in cui non è ammessa la presenza di alcun sindacato.

Questa pseudo società cooperativa cercano in ogni modo di sfuggire ai (pochi) controlli degli organi territoriali degli uffici del ministero del lavoro, degli ispettori dell’INPS e degli altri enti preposti.

Esiste una legge che vieta l’intermediazione illegale di manodopera: l’articolo dodici del decreto legge 138/2011 stabilisce, infatti, che “chiunque svolga un’attività organizzata d’intermediazione, reclutando manodopera o organizzandone l’attività lavorativa caratterizzata da sfruttamento, mediante violenza, minaccia o intimidazione, approfittando dello stato di bisogno o di necessità dei lavoratori, è punito con la reclusione da cinque a otto anni e con la multa da 1000 a 2000 euro per ciascun lavoratore reclutato”. Costituisce indice di sfruttamento la sistematica retribuzione dei lavoratori in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o comunque sproporzionato rispetto alla qualità e alla quantità del lavoro prestato”.
Questa legge conseguita con l’impegno in particolare della CGIL, da sola non riesce scalfire un fenomeno esteso e complesso che ha addentellati in una fitta rete d’interessi criminali, dimensioni globali ed è in mano alle mafie.
Il lavoro nero e lo sfruttamento sono strettamente collegati ai fenomeni migratori: non è un caso se la legge Bossi-Fini ha prodotto l’esplosione del fenomeno della clandestinità, creando una fattispecie penale: il reato di immigrazione clandestina perseguito penalmente e punito anche con l’arresto, questa illegalità è funzionale al mercato del lavoro illegale perché crea un esercito (non di riserva) pronto a essere sfruttato alle peggiori condizioni, su ciò non si è fatta ancora veramente piena luce.
Tutta la filiera del flusso migratorio, e ‘dominato dalla criminalità mafiosa, dal viaggio per il quale si sopportano rischi e si pagano alle organizzazioni criminali locali grosse somme; all’arrivo in Italia chi non ha una meta già stabilita e risorse sufficienti, si deve accontentare di lavori durissimi nelle campagne o nell’edilizia, senza alcuna garanzia, adattandosi a vivere in condizioni inumane.
La clandestinità è perciò funzionale al profitto delle aziende che usano disinvoltamente queste persone e all’arricchimento immorale dei caporali, il più delle volte organicamente legati alle mafie.
La testimonianza illuminante sul caporalato nel Salento (Nardò) di Yvan Segnet, lo studente camerunense che alcuni anni fa ha guidato la rivolta: A Nardò si producono prevalentemente angurie e residualmente pomodori. Esiste un caporalato anche nel settore metalmeccanico (fotovoltaico). Si è sviluppato un fenomeno di caporalato “etnico”: i nuovi caporali sono oggi essi stessi stranieri, cui i proprietari dei terreni si rivolgono.
Ai vertici del caporalato si guadagnano anche 4.000 euro al giorno, contro 15 euro al giorno di guadagno del lavoratore su 10 ore di lavoro. I lavoratori vivono condizioni abitative precarie, mancanza di servizi igienici e luce, costretti a pagare al caporale anche il trasporto sul luogo di lavoro.
I controlli della guardia di finanza e della polizia hanno scoperto in tutta Italia false cooperative e caporalato, dall’evoluta Lombardia (Spino d’ADDA Cremona) alla civile Emilia Romagna (Fruit Logistic e la Ggroup a Modena), alle Marche al Lazio per non parlare della Sicilia e della Campania, si può dire che il lavoro nero, lo sfruttamento dei lavoratori, la riduzione in schiavitù, sono fenomeni che coinvolgono l’intero paese.

Cosa fare?
E’ ora di porre fine a questa terribile situazione, la campagna banning poverty 2018 si propone di rendere illegale la povertà e per questo è indispensabile cominciare a rendere illegali le forme di sfruttamento che determinano la povertà, le false cooperative devono essere abolite, con un decreto ministeriale di scioglimento o messa in liquidazione coatta di tutte le attività in forma cooperativa che non corrispondono ai requisiti stabiliti dalla costituzione (art.45 promozione delle cooperative), di mutualità, di rispetto delle norme sul lavoro, di trasparenza, di socialità, di assenza di lucro privato che sono requisiti obbligatori per ogni cooperativa e che sono sistematicamente elusi e calpestati.

Quest’azione deve anche realizzare l’obiettivo di rendere il giusto merito alle tante cooperative oneste che rispettano la legge e che vengono nel senso comune, confuse con i fenomeni d’illegalità delle false cooperative.

Come?
Questo compito è innanzitutto del Governo e di tutte le autorità che detengono responsabilità nella vigilanza delle cooperative.

Proponiamo un osservatorio sulle cooperative che censisca le attività sospette e abbia la facoltà di segnalare queste attività agli organi di vigilanza.

Proponiamo una conferenza di tutte le centrali cooperative per discutere come contrastare il fenomeno delle false cooperative.

http://www.banningpoverty.org/il-programma-di-azione/2-diamo-forza-a-una-economia-dei-beni-comuni/

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